Roby intervistato da Maurizio Becker
Ho trovato questa bella intervista sul sito della De Agostini

Roby Facchinetti racconta i Pooh

Il tempo è tiranno… Lo spazio alle volte di più. Capita di incontrare personaggi di una certa importanza e di grande carisma, li intervisti, li ascolti. E poi? Poi non hai lo spazio, appunto, per scrivere tutto quello che ti hanno detto e ti tocca “tagliare”. E' come cucinare un buon piatto rinunciando alle spezie… Ecco quindi l’idea di riproporre le interviste di Band in Italy in versione integrale… Con tutte le spezie…


I vostri esordi sono legati a un'immagine abbastanza impegnata.


Quando iniziammo a registrare Per quelli come noi in Italia si vedevano solo 45 giri. Il mercato degli album era ancora tutto da costruire e noi fummo probabilmente il primo gruppo italiano a scommettere su quel formato: ci interessava la possibilità di esprimersi meglio, il fatto che ci fosse più spazio per approfondire i contenuti musicali e lirici. In quel periodo in America Bob Dylan prendeva posizione contro la guerra in Vietnam e così noi pensammo di utilizzare la nostra musica per dire qualcosa di importante. C'era stata una serie di tragici attentati contro i finanzieri, così decidemmo di parlare della situazione del Brennero: anche quella dopotutto era una guerra.


Brennero 66 ebbe qualche problema


La presentammo al "Festival delle Rose", ma fummo costretti ad ammorbidirne alcuni passaggi e addirittura a cambiarne il titolo: quella sera fu annunciata come Le campane del silenzio. Fu probabilmente l'unica occasione in cui la canzone passò in radio: da allora credo nessuno l'abbia più trasmessa.


Eravate un gruppo scomodo


Non che ci volesse molto: bastava portare i capelli lunghi, come facevano quasi tutti i musicisti di allora. Di fronte a cose del genere c'era una resistenza che oggi suona quasi incredibile: una volta, per partecipare a "Chissà chi lo sa" di Febo Conti, il nostro discografico ci obbligò quasi a usare le forbici. Qualcuno di noi raccolse i capelli sotto un cappello, qualcuno li impomatò, fatto sta che per andare in televisione fummo costretti a camuffarci.


Con Piccola Kathy metteste da parte l' impegno


Fu del tutto casuale: quella canzone nacque al rientro da una serata di un mio amico che festeggiava l'addio al celibato. C'erano questi versi di Valerio Negrini e io li musicai improvvisando al pianoforte una frase ripetitiva che poi diventò il ritornello. Ma Piccola Kathy non era solo una canzone d'amore, era un'istantanea di quello che accadeva in Italia nel mondo giovanile: in quegli anni scappare di casa era diventata quasi una moda, i ragazzi erano in rotta di collisione con la società e sceglievano questa strada estrema per conquistarsi la propria indipendenza. Pensa che il "Piper" era diventato una specie di ritrovo di tutti i ragazzi scappati di casa d'Italia: se veniva denunciata una fuga a Venezia, il primo posto che si andava a setacciare era il "Piper" di Roma e non passava sera senza che arrivasse una camionetta dei carabinieri e caricasse quattro o cinque minorenni per riportarli a casa.


Come incontraste Giancarlo Lucariello?


Ci aveva visti per la prima volta al "Voom Voom", un locale all'Eur che faceva concorrenza al "Piper". Gli eravamo talmente piaciuti che aveva detto a se stesso: "Ecco una band che mi vorrei produrre!". Un paio d'anni dopo mi telefonò: lavorava in Cgd e si offriva di collaborare con noi. Iniziò così.


Qual è stato il suo contributo più importante alla vostra musica?


L'aver intuito le potenzialità del pop sinfonico, un genere che poi ha caratterizzato gran parte degli anni settanta. Il lavoro del produttore è sostanzialmente quello di scoprire le potenzialità più importanti di un artista e di indirizzarle verso le scelte giuste. Lui sicuramente ebbe la lucidità necessaria a svolgere questo ruolo.


Come ricordi la fuoriuscita di Riccardo Fogli?


Fu il momento più brutto e difficile della storia dei Pooh. La vivemmo molto male, come quando un giocattolo si rompe, era un sogno che si spezzava sul più bello: eravamo in un momento straordinario della nostra carriera, reduci da Tanta voglia di lei, Opera prima, Alessandra, Pensiero, Noi due nel mondo e nell'anima. Quando Riccardo ci lasciò, pensammo seriamente di farla finita, o di rimanere in tre. Poi invece il destino ci regalò Red Canzian. Retrospettivamente posso dire che fino al 1973 i Pooh non hanno fatto altro che cercare la propria identità definitiva. Con l'arrivo di Red quel lungo faticoso processo si è concluso.


Spesso la critica vi ha accusato di incidere sempre lo stesso disco. Ti sembra ingeneroso?


Fortunatamente con il tempo molti di quei critici si sono ricreduti. Sui Pooh si può discutere, ma al mondo nessuna band può vantare la nostra stessa continuità: da quasi quarant'anni non ci fermiamo mai, siamo costantemente on the road, pubblichiamo dischi con puntualità quasi metronomica e ogni giorno siamo al lavoro su un nuovo progetto. In simili condizioni non è facile riuscire ogni volta a sorprendere, però complessivamente ritengo che la discografia dei Pooh sia lì a testimoniare la qualità del nostro impegno. Oggi le nostre canzoni sono cantate da un pubblico fatto di cinquantenni come di quindicenni, i nostri concerti attirano sempre migliaia di persone, dischi come Alessandra, Parsifal, Rotolando respirando, Viva, Buona fortuna, Giorni infiniti, Amici per sempre - li cito quasi a caso - non rischieranno mai di finire fuori catalogo. Questi sono fatti e anche i critici più severi hanno dovuto imparare a rispettarli.


Qual è il segreto del successo dei Pooh?


L'amore per quello che facciamo: nonostante siano passati trentasette anni dai nostri esordi, il progetto Pooh non ha ancora smesso di appassionarci.


Quando Fogli andò via decideste di stringere i denti. Cosa accadrebbe oggi se uno di voi scegliesse di appendere la divisa da Pooh al chiodo?


Finirebbe tutto. Quando Riccardo diede forfait avevamo sette anni di storia comune alle spalle, adesso dietro di noi c'è una vita intera. I Pooh sono quattro ex-ragazzi che in amicizia hanno camminato insieme ed emozionato il pubblico facendo la loro musica. Quest'immagine è talmente indelebile che non potrebbe resistere senza uno di noi quattro: se uno di noi decidesse improvvisamente di smettere, i Pooh non avrebbero più ragione d'essere.

 
Pooh for Fans è stato creato da Rosy e Mary